Archivio mensile:Maggio 2017

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Cosa sono le lampadine ad incandescenza

Molti di voi saranno perplessi di fronte a questa notizia, ma è così: la lampadina a incandescenza, “fuorilegge” ormai da diversi anni dopo il decreto dell’Unione Europea, torna ufficialmente sul mercato. Ciò è dovuto alla ricerca di un gruppo di studiosi che ha promesso di darle nuova vita e renderla competitiva contro le lampadine a risparmio energetico che l’hanno sostituita negli scorsi anni.

Che cosa sono le lampadine a incandescenza

Sono le classiche lampadine che nei decenni passati hanno illuminato le nostre case, per poi essere tolte dal mercato, ma come funzionano? Il principio di funzionamento di queste, purtroppo, obsolete lampadine è quello dell’irraggiamento di fotoni, generato mediante il surriscaldamento di un filamento metallico, solitamente in tungsteno. Questo filamento è contenuto all’interno del bulbo di vetro che tutti conosciamo e, nelle lampadine più moderne, all’interno del bulbo viene inserita una “dose” di gas inerte Argon, che abbatte i pericoli di implosione della lampadine e rallenta l’azione di consumo dei fotoni sul vetro e sul filamento. Il filamento si surriscalda talmente tanto (infatti le temperature che raggiunge sono incredibilmente alte) da illuminarsi e fornire luce a tutta la stanza: il fenomeno è detto effetto Joule.

Il divieto di produzione in Europa

È ormai dal “lontano” 2012 che la produzione di queste lampadine presso aziende che operano nell’Unione Europea è completamente vietata, come vietata è la vendita delle stesse all’interno dei magazzini, anche se viene fatta eccezione per quello che riguarda le lampadine a incandescenza all’interno degli elettrodomestici, vendute come pezzi di ricambio e quindi autorizzate dall’UE. Anche sul sito di Punto Luce potrete trovare ancora lampadine ad incandescenza, ma solo per scopi speciali; per il normale uso, potete trovare i giusti sostituti tra le lampadine alogene.

Ciò che ha portato al divieto di vendita e produzione di queste lampadine sono i risultati estremamente bassi del suo rendimento: di tutta l’energia elettrica che assorbe la lampadina, soltanto il 10% di questa viene trasformata in luce, mentre quel restante e abbondante 90% viene trasformato in calore e disperso. Sia il passaggio di corrente in esso sia l’estrema temperatura a cui viene sottoposto consumano irrimediabilmente il filamento di tungsteno. L’aspettativa di “vita” media di un filamento di tungsteno è di 1000 ore, ma un’accensione prolungata della lampadina può diminuire drasticamente questa durata.

La nuova vita della lampadina a incandescenza

Visto che il problema principale della lampadina a incandescenza è la dissipazione dell’elettricità sotto forma di calore all’interno del bulbo, un team di ricerca ha sviluppato un rivestimento per il bulbo stesso che permette alla lampadina di recuperare il calore disperso. Questa tecnologia, a cui è stato dato il nome di recycling light, è stata pensata in modo da far sì che il calore perso “rimbalzi” sul vetro della lampadina e torni sul filamento di tungsteno, in modo da permettergli di utilizzare questo calore per produrre più luce. Tutti i test e gli esperimenti condotti in laboratorio hanno evidenziato un resa pari a quella delle lampadine a basso costo e a basso consumo, ma i ricercatori sono convinti di poter addirittura superare l’efficienza delle lampadine moderne.

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Detrazioni fiscali allarmi antifurto 2017: spese detraibili e chi può usufruire

Forse non lo sapevate, ma per quelle persone che installano in casa propria dei sistemi di sicurezza esistono delle agevolazioni fiscali: se acquisterete e installerete degli impianti di sicurezza entro il 31 dicembre 2017 potrete avere un bello sgravo dalla bolletta. Vediamo insieme come e a quanto ammonta questo risparmio.

Quali sono le spese detraibili-spese-detraibili-puo-usufruire

Volendo andare a citare il testo del documento che attesta la possibilità di detrazione di spese tramite l’installazione di sistemi di sicurezza, rientrano nella categoria tutti quegli “interventi relativi all’adozione di misure finalizzate a prevenire il rischio di compimento di atti illeciti da parte di terzi”. In base a questa premessa, abbiamo stilato un elenco di quelli che sono gli impianti considerati “eleggibili” per la detrazione: i generici impianti di videosorveglianza; gli impianti di antifurto; l’installazione di vetri antisfondamento; le robuste porte blindate; anche l’installazione di tapparelle motorizzate e meccaniche rientra nell’elenco; se per caso installerete o sostituirete dei catenacci, delle serrature oppure degli spioncini, avrete diritto allo sgravo fiscale; ne avrete diritto anche se monterete o sostituirete il vostro cancello, le vostre cancellate oppure delle protezioni murarie. Oltre a questo elenco, la documentazione ufficiale fa riferimento anche alle installazioni in casa o in ufficio di sistemi di sicurezza da cui sono derivate diverse spese, perizie e spese per i sopralluoghi professionali.

In cosa consiste l’agevolazione fiscale

Le agevolazioni sono molto ghiotte e conveniente, ma per poterle utilizzare dovrete prima di tutto controllare il vostro reddito. Un esempio pratico: se la vostra installazione di un qualsiasi sistema di sicurezza costasse 2000 euro, potreste riceve uno sgravo del 50%, equivalente a 1000 euro. Secondo la documentazione ufficiale, questa somma va divisa per 10 anni, ossia 100 euro da togliere dalle spese fiscali ogni anno. Se invece comprate delle componenti utili alla sostituzione o alla riparazione del vostro sistema di sicurezza, l’IVA dal 22% scende al 10%. Andando quindi a fare un ulteriore esempio: se la spesa totale è 2000 euro, ma i singoli componenti da voi comprati costano 800 euro, avrete diritto, tramite lo sconto dell’IVA, ad un rimborso effettivo di 1.200 euro per le componenti utili del vostro sistema di sorveglianza. Sui 1200 euro che vi verranno “scontati” l’Iva sarà del 10%, mentre per i restanti 800 euro di spesa, l’Iva resterà al 22%.

Chi può usufruire dell’agevolazione fiscale

È presto detto: possono usufruire di queste agevolazioni fiscali i proprietari dell’immobile dove vengono effettuati i lavori di installazione del sistema di sicurezza, oppure i familiari dello stesso con gradi di parentela stretti (sono accettati quelli di secondo grado, più di rado quelli di terzo), gli affittuari della casa che effettuano i lavori. Se invece parliamo di un ufficio, le persone che possono usufruirne sono i soci oppure i singoli imprenditori rintracciabili.

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Come giuntare i cavi elettrici, vediamo come fare

Negli anni passati qualsiasi intervento che coinvolgesse gli impianti elettrici e, più nello specifico, i cavi elettrici di quest’ultimo, veniva ampiamente sconsigliato: che fossero sostituzioni, riparazioni o quant’altro, metterci le mani da soli era praticamente proibito. La situazione è leggermente cambiata oggigiorno, ma se non avete un minimo di esperienza vi consigliamo comunque di rivolgervi a degli esperti. In questo articolo vedremo come si fa a giuntare i cavi elettrici.

Perché giuntare i cavi elettrici

Questa tipologia di intervento può essere effettuata per diverse ragioni come, ad esempio, per creare un filo più lungo oppure per riparare un filo che ha subito dei danni. Se pensate di svolgere questa operazione senza l’ausilio di un esperto, sarà bene che vi informiate su tutte le procedure per effettuare l’operazione sui fili in maniera precisa e meticolosa, in modo da non incappare in rischi ed incidenti. In fin dei conti, parliamo di un lavoro piuttosto semplice che, se svolto correttamente, non porta rischi, ma che non bisogna assolutamente prendere sottogamba.

Prime operazioni e precauzioni

Potrà sembrare banale, ma molti incidenti in questo genere di lavoro capitano per disattenzione: la prima cosa da fare sarà staccare la corrente, visto che con ogni probabilità andremo a lavorare su fili conduttori e il rischio di prendere una bella scossa è parecchio alto. Procuratevi poi tutti gli attrezzi e gli strumenti adatti per poter effettuare con successo l’operazione di giuntura. Il primo passo da fare è quello di mettere a nudo una parte del filo elettrico su cui andate a lavorare, rimuovendone la guaina in gomma che l’avvolge. Per questo procedimento potrete usare l’apposito “spela-fili”, ma andranno benissimo anche le forbici da elettricista. Mettete a nudo una porzione adatta alla vostre esigenze, né troppo piccola né troppo grande: 1cm dovrebbe andare bene e permettervi di portare a termine il lavoro senza problemi. Prendiamo quindi l’estremità del filo ed effettuiamo un taglio circolare; facciamo lo stesso con l’estremità del filo a cui vogliamo congiungere l’altro. Attenzione però a non incidere, anche se poco, il rame: anche un piccolo taglio potrebbe causare delle scariche elettriche quando la corrente tornerà a scorrervi.

L’accoppiamento dei cavi

Una volta “spellati” i cavi elettrici possiamo procedere al loro accoppiamento: per compiere questo procedimento sarà necessario mettere vicino i due cavi ed attorcigliarli tra di loro utilizzando le dita. Questa parte del lavoro è la più importante: dalla buona riuscita di questa delicata operazione dipende il futuro funzionamento del filo stesso, quindi cerchiamo di effettuarla nel modo più corretto possibile, stando bene attenti ad esercitare la giusta pressione quando uniamo i due fili.

La messa in sicurezza della giunzione

Sarà bene, soprattutto con l’ausilio di una persona esperta, saldare i fili di rame appena uniti. Dopo questa operazione, bisognerà isolare i fili di rame scoperti. Arriva in nostro aiuto il sempreverde nastro isolante, che dovremo avvolgere per almeno un paio di giri intorno alla sezione scoperta. Il lavoro è praticamente terminato, non ci resta che provare il corretto funzionamento dei fili: riattiviamo quindi la corrente e controlliamo che tutto funzioni; ovviamente se avrete eseguito tutti i passaggi in maniera corretta, non ci sarà alcun problema o malfunzionamento.

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Quando fare la certificazione per l’impianto elettrico

Per regolarizzare del tutto la sicurezza che riguarda gli impianti elettrici, nel 2008 il Governo ha fatto una nuova legge che andava a modificare uno statuto già approvato nel 1990. Questa manovra prevede l’obbligo di messa in sicurezza di tutti gli impianti elettrici costruiti dopo il periodo in cui la legge è entrata in vigore. Vediamone insieme i punti salienti e quando bisogna fare questa certificazione.

Che cos’è la certificazione di conformità per impianti elettrici

La tematica del riordinamento delle norme per la messa in sicurezza degli impianti elettrici iniziò con la legge n. 46 del 1990, che è stata poi sostituita dal Decreto Ministeriale n. 37 del 22 gennaio 2008, che riunisce tutte le norme esistenti in un unico grande provvedimento legislativo. La legge va a interessarsi della messa in sicurezza di tutti quegli impianti costruiti e realizzati dopo il 2008; per quelli invece prodotti prima di quest’anno il decreto 37/08 ha previsto il rilascio della Dichiarazione di Rispondenza, che viene rilasciata al termine dei lavori dai soggetti competenti inseriti nell’art.7 del Decreto Ministeriale.

Per chi è obbligatoria la dichiarazione di conformità

Contrariamente a quanto possa sembrare ad un primo sguardo, la dichiarazione di conformità è obbligatoria per qualsiasi tipologia di immobile, e quindi per tutti gli impianti a loro collegati, tra cui figurano: i classici impianti elettrici; gli impianti di protezione dagli agenti atmosferici; impianti per porte e cancelli automatici;

impianti per le televisioni e le radio; impianti per i riscaldamenti, per il climatizzatore il condizionatore; impianti per la distribuzione dell’acqua; impianti a gas o per la distribuzione di questo; impianti di sollevamento come ascensori, scale mobili e montacarichi; impianti di allarme e protezione contro gli incendi.

Come è strutturata la dichiarazione di conformità

Oltre al certificato in sé, la dichiarazione deve contenere alcuni documenti imprescindibili, senza i quali non sarà possibile ottenere la conformità dell’impianto, che sono: l’intero progetto dell’impianto, che diventa obbligatorio specialmente per impianti di una certa dimensione; in caso non sia possibile recuperare il progetto dell’impianto lo si può sostituire con uno schema dell’impianto; l’elenco completo di tutti i materiali che compongono l’impianto; il documento che certifica l’iscrizione alla Camera di Commercio dell’azienda che possiede l’impianto. Importante è fare più copie della dichiarazione da distribuire all’utilizzatore e al committente, due delle quali vanno firmate come ricevuta, di cui una va presentata allo Sportello Unico dell’Edilizia del comune in cui è ubicato l’impianto.

Le sanzioni per gli impianti che non sono a norma

La Camera di Commercio ha il compito di stabilire le sanzioni per chi non rispetta il decreto di legge e la Camera ha anche la funzione di annotare il mancato adempimento della messa in sicurezza fino alla sospensione delle aziende che non provvedono a effettuarla. In caso di errori o mancanza di rispetto delle norme previste, installatori e collaudatori possono essere soggetti a sanzioni da parte dei rispettivi ordini. Se poi i committenti si affidano a imprese non autorizzate o certificate, possono anch’essi incorrere in sanzioni.

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Ventilatore da terra Gordon C40/16′, comodo per l’estate

Da sempre le persone cercano di sfuggire al caldo asfissiante: nel corso dei secoli l’innovazione tecnologica ha portato a risultati sempre più sorprendenti e soluzioni sempre più efficaci per combattere l’afa. Tra queste spicca il ventilatore, semplice nell’utilizzo e nell’aspetto, ma decisamente efficace. Vediamone insieme caratteristiche e funzionalità, soffermandoci su uno dei modelli migliori sul mercato, il Gordon C40/16’.

Cenni storici sui ventilatori

Suo antenato storico e per eccellenza è il ventaglio: tutti ne abbiamo almeno uno in casa e lo usiamo quando proprio non ce la facciamo più a sopportare il caldo; il principio del ventilatore è lo stesso, muovere l’aria intorno a noi per darci una sensazione di frescura ma resa automatica dalla componente meccanica dell’apparecchio. Il primo a unire la forza meccanica con il ventaglio fu Omar-Rajeen Jumala che, nel 1832, costruì il primo ventilatore meccanico della storia e ne destinò l’utilizzo all’aerazione delle miniere sotterranee di carbone e in alcune fabbriche in cui il calore e l’afa facevano da padroni; fu però solo nel 1882 che Schuyler Skaats Wheeler riuscì ad applicare l’energia elettrica al ventilatore e farlo funzionare autonomamente, destinandone invece l’uso per ambienti domestici.

Vortice, qualità tutta italiana

Azienda leader nella produzione di elettrodomestici il cui scopo è, appunto, ventilare, la Vortice Elettrosociali SpA è un’azienda italiana fondata nel 1955 da un’idea del suo fondatore, Attilio Pagani, allora appena sedicenne. Il nome dell’azienda deriva dal primo aspiratore creato e brevettato, il “Vortice”, costruito con plastica termoindurente, che ha fatto guadagnare alla Vortice una segnalazione “d’onore” presso il compasso d’oro. Dopo anni di onorato servizio, l’azienda è stata finalmente insignita del prestigioso premio alla carriera solo nel 1987. La sede operativa del marchio si trova in provincia di Milano ed è, tutt’oggi, uno dei più conosciuti e apprezzati in Italia, i cui prodotti primeggiano sui mercati. L’azienda possiede inoltre delle sedi “satellite” in Gran Bretagna, Francia, Costa Rica e persino Cina, a dimostrazione del fatto che il marchio si sta espandendo anche sui mercati internazionali invece di limitarsi a quello della nostra penisola.

Gordon C40/16’’, il fiore all’occhiello di Vortice

Questo ventilatore si può tranquillamente definire uno dei gioiellini di casa Vortice: secondo gli ultimi dati è uno dei modelli più venduti e rappresenta una scelta economica e performante. Questo ventilatore oscillante a colonna è stato realizzato in resina termoplastica antiurto, in modo da proteggerlo da eventuali cadute e dal surriscaldamento. Sono presenti 3 diversi livelli di velocità e la griglia che contiene le ventole ha un design unico e inimitabile, oltre che ad essere rimuovibile in ogni momento per una pulizia più efficace. La testa del ventilatore può essere orientata fino a 90 gradi. L’asta del ventilatore può essere estesa fino a 1,8 m. Per quanto riguarda il cavo di alimentazione, questo raggiunge una distanza massima di 3 m.